Yo La Tengo



Fade (Matador Records, 2013)

Gli Yo La Tengo sono uno di quei gruppi che per uno strano motivo, forse la posizione degli astri o simili, non sfondano, ma rimangono in una sorta di limbo tra la celebrità e il rock di nicchia. Americani, attivi addirittura dall’ 84, hanno prodotto tredici album più svariate raccolte ed EP. L’ultimo sfornato, uscito per Matador Records il quindici gennaio di quest’anno, si chiama ”Fade” e ha visto per la prima volta in azione come produttore John McEntire e non il fedele Roger Moutenot che li aveva seguiti per (quasi) tutti i precedenti album. La copertina ha un grande albero piantato al centro, coperto da effetti colorati a metà fra gli art-work dei gruppi post-rock e il finto vintage psichedelico di Instagram. A Marzo il trio di poli-strumentisti di Hoboken (New Jersey) verrà in Italia, a Milano, dopo un tour abbastanza intenso, per presentare l’ultima fatica, o meglio le ultime dieci fatiche sonore.

Il brano in apertura è Ohm che, come i successivi, è un quasi indefinibile indie-rock che mescola suoni diversi, shoegaze, melodie e chitarre quasi acustiche. In particolare c’è uno sfondo di sonagli sabbiosi e chitarre che poi si elettrificano e si sporcano verso il finale. Come se si ripresentassero i Velvet Underground e decidessero di fare pop. Is that enough riprende una compostezza da piano bar mentre salgono gli archi leggeri. Well you better è il classico brano da band indie-rock americana, soffice e cantato sottovoce.

Sembra questa la strada presa dalla band dalla terza traccia in poi, con un picco nella bella ed eterea I’ll be around. Colpisce per la delicatezza delle melodie Cornelia and Jane forse un po’ più katchy, ma poco, stiamo parlando degli Yo La Tengo in fondo. In chiusura, Before you run, non a caso la canzone più lunga, che presenta inserti di fiati e archi dal sapore vagamente Fanfarloiano e che per buona parte è strumentale, ottima per un congedo.
L’album, tranne alcuni punti più vivaci, si mantiene volatile e leggero. Il ritmo è quasi assente, le melodie sembrano venire da lontano e la voce non spinge per entrare nelle vostre orecchie. Forse non colpisce al primo ascolto, non è certo un album immediato. E’ un album privato, intimo, non un album da cantare in uno stadio o ad un festival, ma da ascoltare il sabato mattina, quando arriva il sole e ci si sveglia con calma, senza la fretta del lunedì o l’ansia della domenica.

Davide Rambaldi