Your Name

“Kimi no na wa.” è il titolo originale dell’opera, letteralmente “Il tuo nome.”. Una casella da riempire, un vuoto da colmare per conoscere e ricordare. Non è una domanda, è scritto con un punto fermo: è una scintilla nel nulla che dà un inizio, una sensazione. Un nome a una vita per far strada a una storia.

Due liceali, Mitsuha e Taki, vivono in ambienti e dinamiche profondamente diverse. Lei insieme alla sorellina e alla nonna nel piccolo tempio di Itomori, un villaggio isolato sulle montagne nei pressi di Tokyo. Lui nel caos della capitale nipponica. Non si conoscono, non sanno dell’esistenza dell’altro. Le loro vite sono però destinate a intrecciarsi, senza un convenzionale incontro ma attraverso un sovrannaturale fenomeno. Entrambi insoddisfatti e frustrati dall’immobilismo della loro vita, i due giovani si risvegliano l’uno nel corpo dell’altro. Inizialmente sconvolti e imbarazzati, cominciano a conoscersi attraverso i reciproci messaggi (e divieti!) che si lasciano su diari e smartphone nelle diverse esperienze extracorporee che vivono. L’arrivo di una cometa sul Giappone farà cessare questi eventi e i due ragazzi dovranno lottare per evitare che tale vissuto resti poco più di un sogno, dove al risveglio la triste tendenza è quella di dimenticare.

Coscienza e anima di uno nell’essere dell’altro, in una doppia narrazione che si aggroviglia con l’ordinario di due vite separate in un mondo contraddittorio. Il fantastico e il reale, il villaggio e la metropoli, tradizioni ataviche e modernità profana, maschio e femmina. L’opposto è ovunque e contribuisce a un equilibrio. Equilibrio che nel formarsi porta apertura, conoscenza: dalla parola “tasogare” che, stavolta sì, chiede “chi sei?” deriva la parola “tasogare-doki” che significa “crepuscolo”, comunione di due opposti: «dove non vi è né giorno né notte e dove potresti trovare qualcosa di non umano». Al crepuscolo Mitsuha e Taki saranno faccia a faccia?

Makoto Shinkai al suo quarto lungometraggio riesce nell’impresa di superare gli introiti de La città incantata, facendo di Your Name. l’anime con maggiore incasso di sempre nel mondo. Ormai definitivamente eletto successore artistico di Hayao Miyazaki, ne sono evidenti echi del suo stile. Dal rapporto dell’uomo con la natura agli elementi fantastici in un mondo verosimile, coniugandosi in un racconto di formazione che verte sulla scoperta del prossimo e dell’altro sesso. Accompagnato da una regia che tratta personaggi d’animazione come fossero di carne e ossa, il sentimento si evolve e passa dallo sbigottimento e diffidenza alla paura di perdere qualcosa di importante, un amore. Sarebbe semplice ricordarsene, semplice come imparare un nome.

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Ma se il filo che collega Mitsuha e Taki si spezza e getta nel limbo la memoria, l’unica cosa che resta è una ricerca senza meta. Un desiderio naturale ma incomprensibile, un percorso tortuoso tra mille interrogativi, capace di fare incontrare due persone che – misteriosamente – sembrano conoscersi pur senza essersi mai parlate. Si arriva così a una conclusione banale ma coerente con l’intreccio e la premessa dell’autore. Potrebbe essere inteso come destino, ma nel film tale termine non viene mai citato. Si parla piuttosto di “Musubi”, nome dell’antico dio locale di Itomori che tesse i fili del tempo, li annoda e li disfa. Come le vite dei due giovani protagonisti, ognuno di essi un filo che si interseca con l’altro andando oltre la barriera dello spazio e del tempo.

Il concetto non aggiunge nulla di nuovo a un tema già molto famoso e riscontrabile in altre opere giapponesi, se non per l’inserimento dello sfasamento temporale. Lo stile narrativo riesce però a incuriosire, ad emozionare e a creare quel senso di straniamento che si potrebbe avere nell’osservare la scia fiammeggiante di una cometa che taglia in due un cielo infinito. Ma quella scia porterà da qualche parte, da qualcuno. E vale la pena di vedere dove finisce.

Davide Miselli